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POESIA
La mia Soverato, un presepe un po’ malandato

Caro amico ti scrivo così mi rilasso un po’…

   


Natale è già passato,
ma qui c’è ancora il presepe
che è un po’ malandato,
ed pieno di crepe…

C’è la stella in cielo con la cometa spenta,
per risparmiare energia
così vediamo cosa ognuno s’inventa
per riportare un po’ d’allegria.

C’è pure l’alberello,
ma è senza lucine
perché quest’anno è più bello
risparmiar sulle lampadine …

C’è la grotta del Salvatore,
fredda e umida come una cantina allagata,
sarà pure la casetta di Nostro Signore
ma somiglia tanto alla mia città alluvionata.

C’è la nostra amata Madonnina
che è sempre più Addolorata
e con lo sguardo piangente s’avvicina
a guardar la Sua città martoriata.

Tutt’intorno residui di fango,
ma sul colle in alto, dove fischia il vento
vi sono orti e giardini di rango
e qualche nascituro fungo di cemento.

E in mezzo al freddo e al tormento
il bue chiama cornuto l’asinello
e lasciano così senza il riscaldamento
il nostro povero, amato Bambinello…

Ci sono anche i Re Magi,
che hanno portato i doni
e di un deserto oggi
vogliono farsi padroni.

Ci sono i pastorelli,
che discutono dove condurre il gregge
se su prati lontani, con oboli e balzelli
o in baratri vicini, che il buonsenso rifugge.

C’è chi cerca la cura
per guarire il paese,
e c’è chi invece trascura
chi non arriva a fine mese.

Ma il sacrificio fa preferire
chi almeno combatte la sorte avversa,
a chi lascia i suoi cari annegare
spezzando il filo che il cuore attraversa.

C’è chi ha in dote il Verbo assoluto
ma ama sentir soltanto la sua voce
e si specchia, vanamente narciso,
in questa palude dove nessuno tace.

E intanto le pecorelle, sentendosi smarrite,
vagano sparse in cerca d’aiuto,
e alcune nell’etere si fanno pure ardite
belando senza nome come un pesce muto.

Tra fiumi di righe e parole di letame
esse danno retta sia ai santi che ai demòni
per la paura di morir di fame
come l’asino che aveva due padroni.

In questo scenario così desolato
ci vorrebbe un miracolo, per ridar la vita:
che finalmente la mia Soverato
la smetta di litigare e combatta unita.

Nessun anatema, nessuna blasfemia,
ma un velo d’ironia a coprir tanta tristezza
chi vuol essere lieto, sia
del dimàn non v’è certezza…

Vedi caro amico,
cosa ti devo inventare
per poter riderci sopra
e continuare a sperare…

 Michele Repice Lentini
 

   
   

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