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Editoria e Giornalismo

 Successo record per «l’Altro quotidiano», un giornale moderno proiettato nel futuro

ROMA - Sta riscuotendo molti consensi, sia in Rete che nelle edicole della Capitale, la testata giornalistica «l’Altro quotidiano», un progetto editoriale piuttosto moderno e proiettato nel futuro, gestito dalla GECEM, cooperativa di editoria multimediale composta da giornalisti ed operatori della comunicazione. Un’iniziativa davvero avveniristica, assai utile per tutti coloro che non hanno tempo per consultare siti web e giornali ma vogliono ugualmente tenersi aggiornati con una ricca e tempestiva panoramica informativa nazionale, internazionale e locale. «L’Altro quotidiano», infatti, oltre ad essere una testata on line aggiornata sette giorni su sette con le notizie dell’ultima ora, vanta anche una sua versione cartacea in formato tabloid che si pubblica quotidianamente da martedì a sabato. Un quotidiano, per di più, progettato anche per essere stampato comodamente da casa, in formato A4 con argomenti scelti dagli utenti, che si presta molto bene per essere letto agevolmente pure durante un viaggio in autobus, in treno o in metro.

La sua sede è a Roma, mentre il suo indirizzo Internet è: www.altroquotidiano.it

Presidente della Cooperativa editoriale è Stefano Clerici. La direzione invece è stata affidata ad Ennio Simeone, peraltro conosciutissimo anche in Calabria per aver diretto e portato al successo «Il Quotidiano della Calabria».

«Con un direttore responsabile come Ennio Simeone» - dice il giornalista e scrittore Vincenzo Pitaro - il successo della testata, d’altronde, non poteva certo farsi attendere. Il direttore Simeone (che mi onoro di aver conosciuto ancor prima che venisse in Calabria per dirigere “il Quotidiano” e cioè nel 1990 a Riva del Garda durante una manifestazione Rai alla quale partecipavo come Ufficio Stampa assieme ad una collega di Bolzano, Francesca Witzmann, comune amica ad entrambi) è un giornalista di rango, molto famoso e stimato in tutt’Italia, anche per aver diretto i quotidiani “l’Adige” di Bolzano e ”Il Tirreno” di Livorno».

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NEWS
www.laltracalabria.it
Testata giornalistica L’altra Calabria ® Registrazione Tribunale di Catanzaro n. 15/91

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Presentato al Circolo Unione il primo volume di Giusy Bressi
“RICOMINCIO DA QUI”, BELLE PAGINE DI PROSA

Catanzaro - “Un libro originale e soprattutto passionale”, così Giovan Battista Scalise, dirigente scolastico e addetto culturale dell’Accademia dei Bronzi, ha introdotto l’altra sera, nei saloni del Circolo Unione di Catanzaro, la presentazione del volume “Ricomincio da qui” di Giusy Bressi, edito da Ursini, alla presenza di un pubblico selezionato che ha condiviso con l’autrice la scelta di raccontare alcuni dei momenti più belli da lei vissuti a San Floro prima di trasferirsi a Milano.

“Giusy - ha invece sottolineato Vitaliano Rotundo, dirigente scolastico - ha realizzato il suo sogno partendo con un solido carico di speranze. Partendo porta con sé la sua valigia ma non abbandona mai i sentimenti forti, non rinuncia alla sua innata carica di valori. “Ricomincio da qui” è un testo fortemente descrittivo, ma indubbiamente anche narrativo”.

Cinquantenne, nata a San Floro ma da molti anni trapiantata a Milano, imprenditrice  nel campo dell’estetica e del benessere, Giusy Bressi con “Ricomincio da qui” racconta la sua vita in un piccolo ma godibilissimo scritto dai contenuti emotivi in cui si mescolano passato, presente e futuro. Una pubblicazione dove riecheggiano, senza eccessivi toni nostalgici, ataviche costumanze della terra calabra dove ella è nata.

Una vita travagliata quella di Giuy, madre e femmina, che, con impareggiabile fierezza, la rende pubblica annunciando la volontà di mettere un punto su un passato del quale nutre indelebili ricordi.

“Leggere le pagine del suo libro, impreziosito da un’opera del maestro Leonardo Pontieri di Crotone, è come leggere problematiche e sacrifici comuni a migliaia di donne dedite alla famiglia e al lavoro in ogni angolo del mondo. Sacrifici che, in certi casi, come quello di Giusy, finiscono nel dimenticatoio trasformandosi in un inutile eroismo quotidiano.

Il libro, inserito dalle edizioni Ursini nella collana “Incontri”, è un diario dai toni misurati che svela un forza evocativa a tratti celata da mesti sentimenti tali da renderla protagonista di una realtà, quella del terzo millennio, piena di interrogativi. Per questo le pagine di Giusy superano il circoscritto mondo personale e vanno dritte al cuore di tante donne.

L’autrice non è però alla ricerca sfrenata della parità. E’ consapevole che parità non significa sciocca equivalenza di genere fra uomo e donna, fra marito e moglie, semmai vite che mettono insieme la progettualità e i valori più importanti per la crescita umana e sociale.

Di tutte le sfolgoranti passioni che inondano la giovinezza della donna ella percepisce che c’è un progredire negli anni, assiste con dignità e vitalità alla perdita dei doni più dolci come la bellezza dell’adolescente che incontra l’amore, ma anche alla perdita di questo e che gradatamente si trasforma in amicizia, coraggio, volontà, rassegnazione.

Da donna, l’autrice si pone in situazione critica, oggettiva se stessa raccontando “più che la mia vita, la vita di una donna”, quindi esamina la condizione femminile in relazione alle sfide della società, alla collocazione nella situazione socioeconomica delle donne, al rapporto donna e lavoro, alla violenza che sotto mille sfaccettature la donna occidentale ancora subisce, anche quando giovane e concorrente sembra uscirne vittoriosa.

“Grazie a tutti, - ha commentato alla fine l’autrice - ma soprattutto grazie a Silvestro Bressi per avermi fatto conoscere l’editore Ursini. Senza la sua paziente e qualificata mediazione sono sicura che questo libro non sarebbe stato mai pubblicato. Sono orgogliosa di essere calabrese e, soprattutto, di rappresentare una delle tante donne che sono andate via per necessità, ma che non hanno mai interrotto il loro legame affettivo con questa bellissima regione”.

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L’autrice è la professoressa Giuseppina Bilotta
Gastronomia e storia in un libro che invoglia a mangiar calabrese

di Vincenzo Pitaro

La Calabria esprime da sempre uno dei patrimoni gastronomici più ricchi e caratteristici del nostro Paese. E questo è un dato che non si può certo negare. Ne è la riprova questo corposo volume che, in un'elegante veste grafica, presenta un gran numero di ricette (rigorosamente regionali) nate nel tempo da una magica unione fra cucina popolare, borghese e nobile. Il libro, stampato per i tipi dell'Editalia di Rossano su carta patinata, s'intitola «Calabria: prendiamoli per la gola» (pp. 250, € 20) e racchiude peraltro numerosissime foto a colori che accompagnano piacevolmente le ricette contenute, tutte facili da eseguire e di sicuro successo. Ricette che senza dubbio non mancheranno di rallegrare la tavola di tutti i giorni e che consentiranno allo stesso tempo di organizzare nel modo più brillante anche un menù all'insegna della Calabresità nelle occasioni particolari. L'autrice, Giuseppina Bilotta, non è - per sua scelta - una gastronoma. Nella vita fa la professoressa in un Istituto superiore, dove insegna tutt'altro, anche se per la cucina e la ricerca gastronomica dimostra di avere doti innate e requisiti che la portano a districarsi talmente bene tra i fornelli, con capacità e competenza, come un vero e proprio «maître de cuisine».

«Cucinare con creatività ed inventiva», dice la professoressa Bilotta, «è sempre stata la mia grande passione. La cucina, si sa, per essere buona non dev'essere complicata. E così, un giorno, ho pensato di cimentarmi come cultrice di gastronomia, presentando le mie genuine ricette in un volume, all'insegna della più assoluta originalità ed esclusivamente con prodotti della generosa terra di Calabria».

Un volume, insomma, alla portata di tutti, con spiegazioni brevi, chiare, sul contenuto che spazia dagli antipasti («Assaggi di Diamante», in cui non manca il classico peperoncino) ai primi piatti: dalla pasta verde preparata con la cicoria, ai rigatoni alla Giusy, e via dicendo. Poi, ecco sfilare i secondi tra una miriade di ghiottonerie calabresi.

In quest'opera di Giuseppina Bilotta, perdipiù, non mancano i riferimenti storici. Basterebbe soltanto il titolo di qualche capitolo («I salumi di Calabria, da Gioacchino Murat al marchio Dop») per dare alla grande tradizione gastronomica calabrese poche ma efficaci pennellate di ambientazione storica e culturale. Un invito, dunque, nello scritto che l'autrice dedica alla parte introduttiva, a mettersi a tavola non tanto per soddisfare l'appetito, quanto per avere la consapevolezza di partecipare a qualcosa di antico e sempre nuovo: a quel rito della cucina che ha sempre accompagnato in Calabria eventi storici e quiete atmosfere familiari. Peccato solo di una cosa: che ogni piatto, presentato nel volume, non venga corredato da un appropriato consiglio enologico. Visto che il vino è l'indispensabile «cavaliere» per introdurre in tavola ogni pietanza che conta.

Vincenzo Pitaro


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IL MORBO DELLE INTERCETTAZIONI TELEFONICHE ALLA BASE DELLA MALA GIUSTIZIA
di PAOLO MONGIARDO

 

Codice ISBN: 978-88-95030-95-1
Edito da CSA Editrice
Distribuito da CSA Promodis –
www.csapromodis.it

Autore: PAOLO MONGIARDO
Titolo: IL MORBO DELLE INTERCETTAZIONI TELEFONICHE ALLA BASE DELLA MALA GIUSTIZIA

Anno di Edizione: 28-10-2009
Numero di pagine: 152
Prezzo: 13,00
Genere: TESTIMONIANZA – GIUSTIZIA

Abstract:

Storia vera di mala giustizia.
Intercettazioni indecifrabili, ipotesi contraddittorie e congetture grottesche per cercare di condannare un innocente. 

BIOGRAFIA:

Paolo Mongiardo, calabrese di S. Andrea sullo Jonio, a 14 anni è emigrato a Roma, dove è rimasto per quattro lustri lavorando e studiando fino al conseguimento della maturità classica e la laurea in filosofia presso l'università 'La Sapienza'. Ha insegnato per decenni nelle pubbliche scuole. Nel 1981 ha conseguito il diploma di investigatore criminale  a Liegi e nel 1984 la specializzazione in psicologia della scrittura presso l'Istituto di indagini psicologiche di Milano. Ha collaborato in particolari indagini giudiziarie che hanno destato larga eco nell'opinione pubblica e ha esercitato l'attività di CTU presso il tribunale di Roma. Ora si dedica come scrittore al settore investigativo-giudiziario. Ha pubblicato 'Rebibbia ultima scuola' nel 1993 e 'Identikit del mostro di Firenze' nel 2004.

 Dalla Introduzione del testo:

 «Questo saggio è rivolto innanzitutto al grande pubblico, al quale si vuole dare una testimonianza di verità e un messaggio molto utile e istruttivo per chi dovesse illudersi che le persone di cui oggigiorno si deve avere maggiormente fiducia siano gli operatori della giustizia: giudici, poliziotti, avvocati. Delle due prime categorie sappiamo quali sono le specifiche competenze e con quale ostinata prevenzione giudicano la posizione di un indagato, colpevole o innocente. Gli avvocati sono guardati come i salvatori, come coloro che sanno il fatto loro quando devono contrastare le accuse ingiuste mosse nei confronti di un cliente innocente o attutirne i colpi se il loro assistito è colpevole. Ma se ti capita come difensore di fiducia uno dei nove avvocati toccati a me, a Roma, in Calabria, a Milano, sei rovinato! Come e fino a che punto lo diremo meglio più avanti.

Per ora possiamo affermare che certi avvocati sanno difendere meglio un colpevole che un innocente, con tutte le prove schiaccianti a discolpa di quest’ultimo. Per il reo e per l’innocente usano la stessa strategia processuale: rinviare, rinviare fino alla prescrizione. E questo va bene per salvare il colpevole, mentre l’innocente ha bisogno del processo, per il quale però ci vuole impegno e bisogna lavorare: sentire il cliente, leggere le carte, seguire le risultanze delle istruzioni, fare fotocopie di atti, redigere memorie difensive. E chi è che fa questo? I miei nove avvocati, assunti un po’ in tutta l’Italia, hanno tutti fatto sciopero bianco, non hanno mosso un dito per preparare qualche atto difensivo, un ricorso avverso il provvedimento restrittivo della libertà personale o una memoria per il giudice istruttore, pur avendo a disposizione agli atti tutto il materiale necessario per agire».


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I nuovi gerghi giovanili, secondo i glottologi, metterebbero a repentaglio le nostre antiche e preziose parlate locali
Il dialetto, questa nobile lingua da conservare
Il vernacolo calabrese riflette almeno venti secoli di storia, con varietà di suoni ed accenti

Quanti sono i dialetti che ancora oggi vengono parlati in Calabria e nelle altre regioni d'Italia? Secondo quanto stimato dai glottologi sarebbero moltissimi. Ma la loro sopravvivenza, dicono, «è in serio pericolo». Gerghi giovanili, fraseologie legati alle mode, ai diktat della televisione, metterebbero a repentaglio quei coloriti e spesso preziosi residuati che sono le parlate locali.

Eppure i dialetti sono importantissimi perché riflettono almeno venti secoli di storia, raccontando - con la varietà dei suoni e degli accenti - sofferte vicende e agognate conquiste.

Sottovalutare o, peggio ancora, gettare nel dimenticatoio le parlate locali è un errore risalente al vecchio pregiudizio che esse altro non siano che degenerazioni di una lingua madre. La nostra madrelingua, però, sia ben chiaro!, non è l’italiano, bensì il latino, da cui derivò anche quel dialetto toscano che grazie ad alcuni grandi poeti e scrittori è poi assurto a lingua nazionale. Perciò, lungi dall’essere forme di decadenza dell’italiano, i dialetti risalgono tutti ad una comune origine latina, e dunque hanno tutti una loro dignità. 

La perdita delle parlate locali, quelle vere, va quindi combattuta, perché esse rappresentano la costante presenza nel tempo di una tradizione culturale sempre viva. L’estrema vitalità dei dialetti, d'altronde, è testimoniata dai numerosi prestiti concessi alla lingua nazionale; prestiti che concorrono a renderla più vivace ed espressiva.

Secondo una recente indagine solo il 24 per cento degli italiani parla esclusivamente la lingua nazionale ufficiale. Gli altri ricorrono ad essa solo quando particolari circostanze sociali lo richiedano. Che dire? L'uso di un corretto italiano appare irrinunciabile per tutti. Ma se, ad esempio, ci troviamo in una città settentrionale, ascoltiamo con piacevole sorpresa qualcuno che parla il nostro dialetto. Allora ci viene spontaneo usarlo, anche se di solito parliamo l’italiano, come se il ricorso all’idioma natio tracciasse una linea di unione fra noi e gli altri, e segnasse la nostra appartenenza ad un’area di comuni tradizioni e valori.

Dell’importanza delle parlate locali o regionali sono sicuramente convinti in varie città del Nord Italia, dove si sta pensando di inserire nelle scuole dei veri e propri corsi ufficiali per insegnare a leggere e scrivere la lingua della propria regione. Una proposta, non esclusivamente leghista, che tende ad aiutare i giovani ad entrare in contatto con espressioni culturali meno conosciute, sentenze di vita tramandate oralmente, aneddoti storici coloriti e vivaci, brevi proverbi salaci e sorprendentemente attuali, favole e leggende attraverso le quali un popolo ha espresso e raccontato se stesso.

Inquadrate in questa cornice e condotte nel giusto spirito, tali iniziative sembrano positive. Certo non lo sono se diventano uno strumento politico, se servono cioè ad allevare piccoli secessionisti. In sostanza: ben venga il campanilismo se si traduce in una riappropriazione e rivalutazione delle peculiarità, non solo linguistiche, della propria terra. Diverso è se l’attaccamento a quanto riconosciamo nostro diventa scarsa considerazione o, peggio ancora, disprezzo per quanto percepiamo come altrui.

Negli ultimi anni la politica scolastica, soprattutto in Calabria, non ha dedicato molti spazi alla cultura regionale, con scarsa attenzione al dialetto. Superato il falso pregiudizio di una necessaria contrapposizione fra idiomi locali e lingua nazionale, secondo la quale o si sacrificavano i dialetti sull’altare delle modernità o si tornava al vernacolo a scapito dell’unità linguistica, la questione si pone ora in un’ottica che potrebbe essere definita ambivalente. Una continua osmosi e un vicendevole arricchimento tra vecchie parlate locali e linguaggio comune.

Finora, i cultori dell’idioma dialettale sono stati per lo più gli anziani. Proprio da un'anziana donna di Calabria, anzi, abbiamo sentito declamare a sostegno del dialetto dei versi molto belli: «Portàtulu ‘ntro cora ‘stu dialettu, / ch’è nobili ormai de vecchja data, / e ricordàti ô mundu s’è scorrettu / ch’a civiltà ‘e chissa Lingua è nata!» 

I cittadini, insomma, devono sapere usare correttamente la lingua nazionale per farsi comprendere da tutti, ma devono anche essere a conoscenza del proprio dialetto per mantenere costumi, abitudini e tradizioni che sono care e ci rappresentano.

 Vincenzo Pitaro
(Gazzetta del Sud)


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Nuovo libro del giornalista Vincenzo Pitaro
E Gagliato rende omaggio all'opera poetica di Vitale anche con un Premio di poesia

Il poeta Domenico Vitale - come ebbe modo spesso di sottolineare la critica letteraria, non solo calabrese - fu sentimentalmente legato alla Calabria, così come lo fu Corrado Alvaro e come lo furono tanti altri, costretti dalle circostanze e dalla vita a vivere lontano da questa Terra.

Direttore di banca e poeta per vocazione, Domenico Vitale (cui furono legati da grande amicizia Vittorio Butera e Giovanni Patari che lo ospitò nel suo giornale «‘U monacheddu», in vernacolo catanzarese) ha lasciato una buona e ricca produzione poetica sia in lingua che in dialetto. Basta ricordare, fra le tante sue pubblicazioni, «I canti de l’Ancinale», «Ultime rose», «Margherite d’autunno», anche se il suo capolavoro rimane pur sempre il poemetto in dialetto gagliatese «‘I  Zzippuli».

La Calabria, per Vitale, infatti, fu soprattutto Gagliato, il paese che dall’alto della collina si affaccia sullo Ionio e nel quale egli trascorse l’infanzia. Non a caso nella sua copiosa produzione in versi  questo paese del Catanzarese («terra aprica / ove ondeggian gli ulivi») occupa un posto di primaria importanza. Pur abitando, per buona parte dell'anno, un po' in Sardegna e po' a Gallarate, Gagliato costituì il motivo ispiratore principale della sua poesia, sia in lingua che in vernacolo. Nella sua casa paterna, trasformata in un santuario di ricordi, egli tornava ogni anno, si direbbe per non morire, per riprendere il vigore degli anni giovanili, per ritrovare gli affetti dell’infanzia.

La Calabria, però, a volte continua a dimostrarsi del tutto ingrata verso i suoi figli migliori e tende a dimenticarli, quasi in sintonia con quell'anacronistico «nemo propheta in patria» dei latini che non ha mai giovato a niente e a nessuno e che spesso, anzi, ha creato danni enormi alla Terra in cui si vive.

Ora, finalmente, Gagliato ha deciso di rendere omaggio al suo illustre cantore con una riedizione della sua opera più importante.

Questo volume in versi dialettali settenari, intitolato «‘I zzippuli», sarà riproposto ai lettori con nuova veste grafica e con saggio critico del giornalista e scrittore Vincenzo Pitaro, per i tipi delle Edizioni L'altra Calabria (www.laltracalabria.it).

Per di più, per ricordarne la figura e l'opera, l’Associazione Culturale «Ergon» di Gagliato, ha deciso di bandire - sotto il patrocinio dell’Amministrazione comunale - la I Edizione del Premio nazionale di Poesia in Lingua e in Dialetto «Domenico Vitale», diviso in tre sezioni: «Poesia in Lingua», «Poesia Dialettale» (in metrica) e «Poeti in Erba»; quest’ultima riservata agli alunni delle scuole Elementari e Medie.

Il bando può essere richiesto presso la segreteria dell’Associazione «Ergon», via Roma, 127 - 88060 Gagliato (Cz) o anche via e-mail al seguente indirizzo: associazione_ergon@libero.it

Francesco Kostner


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Su iniziativa dei Calabresi in Canada Presentato a Toronto il vademecum “Gagliato & dintorni”

È stata presentata con successo, a Toronto, nella sede della Federazione dei Calabresi in Canada, la pubblicazione «Gagliato & dintorni», un vademecum per il turista che si presenta molto utile non solo al visitatore ma anche agli stessi calabresi che intendono conoscere in profondità tutto ciò che di interessante espone la Valle dell'Ancinale, il territorio che - tracciando il percorso dell'omonimo fiume - parte da Soverato, attraversando Gagliato, fino a raggiungere Serra San Bruno.

Questo elegante e maneggevole compendio (interamente a colori e su carta patinata), curato per quanto riguarda sia la parte letteraria che la veste grafica dal giornalista Vincenzo Pitaro, racchiude infatti - esaurientemente - quanto d’importante c’è da sapere su Gagliato, dedicando ampi spazi agli itinerari più importanti del suo vasto comprensorio.

In questa pubblicazione, insomma, c'è di tutto: dalla storia alla geografia, dall’archeologia all’arte, dagli agriturismo alle antiche ricette gastronomiche locali, dai proverbi alla poesia dialettale, dagli scatti d’autore alle ghiotte curiosità, con preziosi suggerimenti sulla zona, sui musei catanzaresi da visitare e tanto altro ancora, fino ad una degna menzione delle personalità del luogo che in passato si distinsero egregiamente, dando lustro alla propria terra.

Il lavoro uscito qualche mese addietro, ed oggi distribuito anche nelle maggiori agenzie turistiche italiane per i tipi dell’Editrice L’altra Calabria (www.laltracalabria.it), su iniziativa dell’Associazione socio-culturale e turistica «Ma.Gi.Ca Gagliato», è piaciuto moltissimo ai gagliatesi residenti in Canada, presenti alla presentazione svoltasi in collaborazione con la «Chin», notissima emittente radiofonica di Toronto.

Un’opera pratica, insomma, di carattere enciclopedico, che riunisce ed espone tutto - dall’A alla Z - su questo comune del Catanzarese che si affaccia a terrazza sul mitico mare Ionio. 

Una guida assai utile, quindi, anche dal punto di vista turistico, sia per chi sceglie di trascorrere la propria vacanza nella quiete di questa amena località collinare (distante appena sette minuti d’auto dal mare e quindici dalle Serre), sia per gli stessi gagliatesi sparsi in Italia e nel mondo, in quanto aiuta a scoprire non solo le tante meraviglie ma anche le curiosità che riguardano il passato. Alcuni capitoli sugli itinerari storici e turistici, peraltro, sono dedicati a Soverato e a Serra San Bruno, segnalando al visitatore alcuni rari capolavori come, ad esempio, la «Pietà» di Antonello Gagini, opera in marmo carrarese, custodita all’interno della chiesa SS. Addolorata di Soverato Superiore. La parte dedicata a Serra San Bruno riguarda invece la Certosa che sorge in un bosco alla periferia della cittadina vibonese. Un luogo di mistica bellezza.


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Dall’Olimpo dell’arte, quasi all’oblio
Quel gagliatese precursore della narrativa disegnata
Del grande artista Gianni De Luca, oggi, sembrano essersi tutti dimenticati

Una personalità come quella di Gianni De Luca non ha bisogno di troppi preamboli. Il  suo talento artistico  fu ampiamente riconosciuto già dalla critica specializzata, tantissimi anni addietro, e per di più rafforzato nel 1971 quando, fra l'altro, fu consacrato tra i maggiori fumettisti a livello internazionale con l'assegnazione dell'Oscar del fumetto: lo Yellow Kid. Tuttavia, non si può non constatare - scorrendo le note della sua biografia (che elenca la vasta produzione sia nel mondo dei fumetti che in quello della pittura) quanto, a volte, lo stesso mondo artistico possa essere, post mortem, addirittura ingrato. Di questo artista - che in vita fu unanimamente consegnato al ristretto Olimpo dei grandi del pennello e della matita e che ci ha lasciato lavori ritenuti senza dubbio eccellenti per qualità - oggi quasi nessuno sembra  più ricordarsi. Diventato famoso forse più oltr'alpi che in patria, come dimostrano le ampie citazioni a lui dedicate sui dizionari enciclopedici francesi, De Luca insomma non ha ancora ottenuto in Italia - neppure dopo la morte, come spesso malauguratamente solo qui da noi accade - la giusta gloria che avrebbe meritato. Eppure, negli anni di lavoro, le gratificazioni non gli sono certo mancate.

Partito giovanissimo da Gagliato, in provincia di Catanzaro (dov'era nato nel 1927), questo «ragazzo di Calabria», che nella Capitale ebbe subito modo di farsi conoscere ed apprezzare, affermandosi anche come cartoonist cinematografico, cominciò a collaborare con «L’Amico della Gioventù», una testata romana che nel volgere di poco tempo, però, dopo appena pochi numeri, cessò le pubblicazioni. Da qui, nel 1947, all'età di vent'anni, approdò quindi al mitico settimanale «Il Vittorioso», edito dall'Azione Cattolica. Era ancora studente d’architettura quando il successo del suo primo fumetto (una biografia di Leonardo, intitolata per l'appunto «il Mago da Vinci») lo convinse ad abbandonare gli studi per dedicarsi a tempo pieno al disegno.

Quel glorioso periodico, fondato nel 1936, manca ormai dalle edicole da più di mezzo secolo. Per cui, sarebbe persino difficile - per molti, al tempo d'oggi - immaginare quanto fu importante il ruolo che ricoprì nell'intera nazione e quanto esso fu determinante, nell'immediato dopoguerra, per la formazione dei ragazzi. Fin dalla sua prima uscita, infatti, «Il Vittorioso» si distinse come una testata dai valori «forti», senza per questo scadere nella noia didascalica dei racconti edificanti a tutti i costi. Fu da quelle colonne che il giovane calabrese cominciò a pubblicare un gran numero di avventurosi racconti. Dall’avventura poi passò alle storie dei Santi, alle riduzioni dei grandi film del tempo, alla narrativa disegnata e all'illustrazione in genere, finendo nella redazione de «Il Giornalino», la rivista per ragazzi delle Edizioni Paoline che - anche grazie a lui - seppe tenere alta la bandiera dell’editoria cattolica, arrivando a fronteggiare in quegli anni finanche un forte concorrente come «Il Corriere dei Piccoli». Proprio per «Il Giornalino», l’autore di Gagliato diede vita a molti personaggi a tutt'oggi memorabili. Una vera e propria frenesia artistica che purtroppo si fermò all'improvviso, nell'estate del 1991, quando Gianni De Luca scomparve per un attacco cardiaco.

«Una perdita grave», scrisse il quotidiano Avvenire, «non solo per la testata presso cui prestava la sua opera, ma per l'intera stampa cattolica».

Per il giornalista e storico del fumetto Franco Fossati, De Luca fu «un eroe della quotidianità che, pur muovendosi sulle pagine di un settimanale cattolico per ragazzi, si trovava spesso di fronte ai problemi concreti del suo tempo: dai dirottamenti aerei al drammatico fenomeno della droga», ecc.

Una tecnica narrativa del tutto innovativa, quasi rivoluzionaria, si direbbe. Tant'è la critica (e, prima ancora, un prelato che volle commissionargli dei lavori a base d'olio su tela) lo ribattezzò l'antesignano della narrativa disegnata.

Oggi, dell’artista, si ricordano soprattutto quelle famose tavole girevoli dell'Almanacco del giorno dopo, per molto tempo andate in onda su Raiuno; una pregevole storia dei Papi, e perfino una nuova serie di Gian Burrasca (1983), le biografie fumettate di Totò, Marylin Monroe (1985), nonché dei lunghi racconti a metà strada tra la religione e la fantascienza. Ma c'è dell'altro. Qualche suo affresco, peraltro, può essere ancora contemplato nella chiesa di Gagliato.

Vincenzo Pitaro


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Libri - Recensioni
Prezioso compendio di storia e turismo su «Gagliato & dintorni»

Si intitola «Gagliato & dintorni - Vademecum per il turista» ed è un'elegante e maneggevole pubblicazione (interamente a colori, su carta patinata) che compendia esaurientemente, senza trascurare nulla, quanto d'importante c'è da sapere su Gagliato e dintorni: dalla storia alla geografia, dall'archeologia all'arte, dagli itinerari turistici alle antiche ricette gastronomiche locali, dai proverbi alla poesia dialettale, dagli scatti d'autore alle ghiotte curiosità, con preziosi suggerimenti sugli agriturismo della zona, sui musei catanzaresi da visitare e tanto altro ancora, fino ad una degna menzione delle personalità del luogo che in passato si distinsero egregiamente, dando lustro alla propria terra.

Questo lavoro, distribuito nelle maggiori agenzie turistiche italiane, è uscito per i tipi dell'Editrice L'altra Calabria (www.laltracalabria.it) in collaborazione con l'Associazione socio-culturale e turistica «Ma.Gi.Ca Gagliato». I testi sono del giornalista e scrittore Vincenzo Pitaro, che fra l’altro è anche autore Siae per la parte letteraria.

Un'opera pratica, insomma, di carattere enciclopedico, che riunisce ed espone tutto - dall’A alla Z - sul territorio della Valle dell'Ancinale, la zona che va dal versante ionico soveratese fino a Serra San Bruno.  Una pubblicazione assai utile, quindi, anche dal punto di vista turistico, sia per chi sceglie di trascorrere la propria vacanza nella quiete di questa amena località collinare che si affaccia a terrazza sul mitico Ionio (a sette minuti d'auto dal mare e a quindici dalle Serre catanzaresi), sia per gli stessi gagliatesi sparsi in Italia e nel mondo, in quanto aiuta a conoscere Gagliato in profondità e a scoprire non solo le tante meraviglie che la circondano ma anche le curiosità che riguardano il passato tra storia e leggenda. Alcuni capitoli sugli itinerari storici e turistici, peraltro, sono dedicati a Soverato e a Serra San Bruno, segnalando al visitatore alcuni rari capolavori come, ad esempio, la «Pietà» di Antonello Gagini, opera in marmo carrarese, proveniente da un monastero agostiniano (a tutt’oggi visitabile in agro di Petrizzi, in un potere che, per l’appunto, porta ancora il nome di «Pietà»), custodita all'interno della chiesa della Santissima Addolorata di Soverato Superiore, dove pure è possibile visitare una cinquecentesca formella con «Ecce Homo» (anch’essa attribuita a Gagini), collocata alla parete della navata di destra e un grande crocifisso ligneo seicentesco, probabilmente opera di fra Angelo di Pietrafitta.

La parte dedicata a Serra San Bruno (centro spirituale tra i più importanti d'Italia) riguarda invece per lo più la Certosa che sorge in un bosco alla periferia della cittadina; un luogo di mistica bellezza da sempre meta di un continuo pellegrinaggio. Non passano però inosservati i tanti capolavori visitabili nelle varie chiese locali.


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Nei pressi di Copanello, sulle splendide acque dello Ionio Catanzarese, le uniche bastionate rocciose della costa
Là dove Nausicaa soccorse il naufrago Ulisse
Secondo gli storici, la reggia di Alcinoo sorgeva nella zona di Tiriolo

La terra dei feaci, immersa nel golfo di Squillace?  Dal giorno in cui venne alla luce la mitica Skera, città illirica governata da re Alcinoo, l'argomento continua ad affascinare molti studiosi di fama internazionale che proprio di recente si sono dati appuntamento nell'isola di Malta. Ognuno di loro, anche in questa circostanza, si è detto convinto che tra gli scogli di Copanello di Stalettì naufragò Ulisse, il primo fra i navigatori coloniali. Sulle splendide acque dello Ionio catanzarese, incontrò dunque la bella Nausicaa; fu poi ospite nella reggia di Alcinoo, assistette ai giochi atletici nella piana del Corace (particolare, questo, che dimostrerebbe che in Calabria essi venivano praticati quattro secoli prima che ad Olimpia) e proprio da queste spiagge (poco distanti dalla reggia che, secondo gli storici più accreditati, sorgeva nella zona di Tiriolo) si imbarcò per far ritorno ad Itaca.

Che il posto sia questo, ormai appare scontato. Troppe indicazioni concordano e Omero ce lo descrive in modo quasi fotografico.

Ma quale attendibilità va prestata alla leggenda omerica? Gli scavi di Tirinto, di Micene, di Cnosso e soprattutto di Troia hanno dimostrato in modo convincente che «Ylliade», sfrondata della parte poetica e mitologica, è la storia di una guerra vera e importantissima. Dopo quella disastrosa impresa, infatti, si disgregò l’unità dei regni ellenici raggiunta dieci anni prima sotto Agamennone. E i Greci capirono due cose: che l’espansione andava spinta verso Occidente, dove vivevano popoli forse meno bellicosi dei Dori e degli Ittiti, e che l’impatto violento (ovvero, la guerra) non pagava. Meglio quindi aprirsi la via con approcci commerciali cui far seguire una lenta penetrazione indolore.

Partirono così gli esploratori e quasi nessuno dubita ormai più che Ulisse sia stato uno di questi.

«L’Odissea», letta con attenzione, d’altronde si rivela un manuale utilissimo per le future spedizioni, una guida pratica in cui sono descritti luoghi, segnate rotte di navigazione ed è indicata la durata delle traversate.

Vi sono inoltre informazioni topografiche e marittime di sorprendente precisione. Ulisse, quando approda, manda avanti gli esploratori per informarsi se vi siano popoli mangiatori di pane, cioè terre da sfruttare.

Non ha interesse per le piccole isole (come quella di Eolo, di Calipso, ecc.), e il messaggio è chiaro: «sono siti pericolosi e inutili, è meglio starne lontani».

Quando arriva a Skera non si entusiasma né per l’architettura né per l’arte, tanto è vero che non sappiamo come fosse il palazzo di Alcinoo. Vede solo oro, argento, rame, bronzo, sete preziose, navi veloci.

Solo coincidenze? Parlando dell’isola di Calipso (ormai identificata con Malta) Ulisse, come egli stesso racconta, fa rotta verso Nord per tornare ad Itaca. Ma, non essendoci arrivato, ne deduciamo che i venti dominanti lo abbiano portato in realtà troppo a sinistra, sotto la costa calabra.

Qui, giunge dopo diciassette giorni di navigazione (Malta dista da questa zona circa seicento chilometri), in un «ampio golfo» dominato da «monti ombrosi».

Ci arriva nel bel mezzo di una tempesta e la zattera si infrange su una roccia che «sale liscia e lucente». Ebbene, le uniche bastionate rocciose della costa ionica sono quelle di Copanello. Poco più in là c’è la spiaggia della salvezza e del riposo sulla quale si apre «l’argentina foce» di un fiume.

Dall’incontro con Nausicaa e le ancelle, fino alla reggia, Ulisse ci regala una fotografia esatta di questo posto. Descrive persino la piazza, grande e lastricata di granito e calcare, le cui pietre - dice - sono «da vicina cava condotte».

Ebbene, qui esiste ancora - nei paraggi - una cava di granito e calcare, l’unica doppia cava di tutta la costa ionica.

Nella reggia incontra dodici re delle terre circostanti di cui Alcinoo è maior inter pares (dunque siamo in presenza di una federazione di Stati). E i nomi di questi re, guarda caso, corrispondono ad altrettante località calabresi. Prendiamone alcuni: c’è Laodamante, ragionevolmente re di Laos e di Amantea; c’è Alios, re della valle dell’Aili; Acroneo, re di Acri; Dimante, di Diamante; Polineos, della zona del Monte Pollino, e così via.

Lo stesso Alcinoo prende il nome dal fiume Alcinale (ora Ancinale) e i suoi due fratelli si chiamavano Kroton, di Crotone, e Retzenora, uomo nutrito a Rethium, Reggio Calabria.

Vincenzo Pitaro


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Nuova silloge del poeta Franco Zumbo
Riflessioni in versi nel puro e genuino dialetto di Melito Porto Salvo 

In ogni provincia calabrese, e più facilmente nelle zone meno influenzate dal fervore della vita cittadina, chi abbia un preciso sentimento della poesia può scoprire genuine forme espressive. Dopo il Novecento, che in Calabria – come si sa - ha fatto registrare un’autentica fioritura di poeti dialettali, anche la letteratura vernacolare databile al Terzo millennio continua a sfornare delle voci significative. Una di queste, è senza dubbio rappresentata da Franco Zumbo che dalla sua Melito Porto Salvo (dov’è nato nel 1957 e dove tuttora vive ed opera) canta in versi dialettali l’amore per la Calabria e per la sua gente, spaziando dal sociale al sentimentalismo più puro. Folksinger affermato e autore Siae, Zumbo si è accostato alla Musa alcuni anni addietro, esordendo con una silloge intitolata «Bella gente» che alla critica, e agli studiosi di dialettologia, sembra essere addirittura sfuggita. Ora il poeta melitese si ripropone ai suoi lettori e a tutti gli amanti delle cose calabresi con una nuova raccolta, «Il profumo della terra», uscita in libreria per i tipi delle Edizioni «Città del Sole» di Reggio Calabria. Un volume di ottima fattura che racchiude ben 82 componimenti, alcuni dei quali originali persino nella metrica (alternata tra il settenario e l’endecasillabo) e tradotti in greco antico per le aree grecaniche della Calabria. Ma ciò che notiamo piacevolmente in questa sua seconda pubblicazione è la progressiva maturità spirituale del poeta, il quale – partito dallo studio delle tradizioni popolari – è approdato ad una poesia esclusivamente meditativa. Un lirismo fatto di malinconie, riflessioni sui valori umani, su lacrime e dolori che resistono, mentre la gioia di un tempo si sarebbe smarrita nella… nebbia marina. «Non sacciu si su' pueta o narraturi / ma scrivu parolédhi duci e amari, / scrivu la gioia e scrivu li doluri / e ogni cosa vogghju raccuntàri».

Con Franco Zumbo, insomma, torna la Calabria d'un tempo. Un tentativo di recupero in chiave sentimentale del passato, che poi - in ultima analisi – altro non è che un viaggio alla ricerca del tempo perduto per rifugiarsi nel ricordo della candida infanzia, priva di malizie, quando tutto era puro, tutto appariva perfetto. Nella seconda quartina di una poesia intitolata «Tristezza», il poeta infatti sembra prendere le distanze da tutto ciò che, di strano, accade oggi: «Cambiaru ormai li cosi a chistu mundu / e quasi tutti si nda jìru a mali, / mi sentu tantu tristi, mi confundu; / vorrìa volari ma non aju l'ali».

Con commossi accenti, infine, rievoca il tempo in cui era adolescente e in un componimento dedicato alla sua cara mamma, attraverso il quale la ringrazia per tutto ciò che ha fatto nei suoi confronti sin da quando è nato, dice: «Mamma! Tu c’a lu mundu mi mentisti / oh quanti voti tu m'accuntentasti / Ti sugnu gratu ‘e comu mi criscisti / pi' quantu voti 'u culu mi lavasti».

Vincenzo Pitaro


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Dal calendario bizantino fino ad oggi
I molteplici modi di dire Buon Anno

Sono davvero molte, in tutto il mondo, le usanze per augurare salute e prosperità per l'anno nascente. Tradizioni antiche, usi e costumi che per buona parte resistono al tempo e che nulla hanno a che vedere con l'odierno consumistico cenone composto da dodici piatti, tra danze, champagne e i soliti fuochi d'artificio.

Una premessa intanto è d'obbligo: sulla Terra siamo solo una minoranza a festeggiare il 1° gennaio. Nelle altre parti del pianeta, l'anno infatti comincia nei giorni - oltre che nei modi - più svariati. Sta di fatto che non esiste un giorno fisso nelle altre religioni, comprese quelle monoteiste che, sia pure con conteggi diversi, si basano su un calendario lunare. Nel mondo ebraico, ad esempio, il Capodanno può anche ricadere in ottobre e rappresenta - oltre a un'importantissima festa religiosa attraverso la quale viene formulato il classico auspicio - anche l'anniversario della creazione del mondo e, più esattamente, quella dell'uomo. Una ricorrenza che naturalmente viene caratterizzata da agapi fraterne, banchetti intimi e collettivi a base di vari cibi (pesce, agnello, datteri, melagrana, fichi, zucca, bietola, porri, ecc.), purché nessun alimento abbia sapore agro o aspro, e sia emblema di dolcezza per i mesi a venire. La data d'origine della tradizione ebraica (come anche l'usanza, a fine pasto, di consumare uno spicchio di mela intinto nel miele) si perderebbe nella notte dei tempi.

Il 1° gennaio, giorno del nostro Capodanno, invece, contrariamente a quanto si potrebbe pensare, non è affatto una data antichissima. Dal Medioevo fino alla metà del Settecento, l'anno cominciava in date diverse, a secondo di paesi ed epoche. Il 1° marzo nella repubblica veneta, il 25 dicembre in Spagna e a Milano, e via dicendo. In Calabria, dove si seguiva il calendario bizantino, si usava festeggiarlo il 1° settembre. Tra le tradizioni benaugurali di quel tempo, vale la pena riportarne una che riguardava la vita sentimentale. Consisteva nel buttare due noci, allo scoccare della mezzanotte, su un fuoco acceso all'aperto o nel focolare domestico. Se una di loro scoppiava subito, significava «fuoco di paglia»; se entrambi saltavano e ardevano, il sentimento era intenso ma breve. Se le noci infine si sarebbero arse lentamente, ciò avrebbe voluto dire che la relazione sarebbe durata per sempre. Agli esperti di scienze antropologiche non è dato sapere l'origine di questa simpatica tradizione. Anticamente, nella regione, peraltro, pare esistessero tante altre usanze, arrivate fin qui non si sa attraverso quali popoli o civiltà che si sono succeduti nel corso dei millenni e che oggi sembrano essersi completamente perse. Una di queste consisteva nel recarsi alla fontana più vicina, poco prima della mezzanotte, raccogliere dell'acqua in una fiaschetta, portarla a casa e berne un bicchiere la mattina dopo a digiuno.

Vincenzo Pitaro


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L'autore è il prof. Grazio Pitaro che, fin dal 1950, ebbe il privilegio di conoscere e frequentare il Frate dalle stimmate
Un libro su San Pio ricco di aneddoti interessanti
Fu un’affascinante avventura umana tra commozione e ineffabile pace interiore

Il prof. Grazio Pitaro, studioso calabrese che fin dagli Cinquanta ebbe il privilegio di conoscere ed intervistare più volte Padre Pio, racconta in questo interessante saggio ricco di aneddoti, dedicato al Santo del Terzo millennio (appena uscito per i tipi delle Edizioni L’altra Calabria) i suoi periodici incontri col Frate taumaturgo del Gargano, oggi San Pio da Pietrelcina. «Un’affascinante avventura umana». Descrive così quel suo primo reportage nel Gargano, in uno dei suoi capitoli più belli, intitolato per l’appunto: «Quei giorni in cui conobbi Padre Pio». «Furono momenti di commozione e di riflessione. E già d’allora il Frate dimostrava di avere un abboccamento con Dio».

Il suo primo approccio con Padre Pio risale al dicembre del 1950, quando - approfittando della pausa natalizia - decise di recarsi in quel di San Giovanni Rotondo.

«Partii dal mio paese (Gagliato) che era passato da poco Natale. Giunto al convento dei cappuccini, entrai in chiesa per un attimo e poi corsi in albergo. Trascorsi una notte insonne subendo i rigori dell’inverno, e, impaziente, ero in attesa che sorgesse l’alba per assistere alla messa di Padre Pio» e poterlo poi avvicinare. Oltre che per il «Giornale d’Italia», a quei tempi, il prof. Grazio Pitaro scriveva per il settimanale «Il Borghese», appena fondato da Leo Longanesi, «La Tribuna del Mezzogiorno», ecc.

«Il mattino successivo, alle cinque, ancora tra il lusco e il brusco, mi diressi al convento. La chiesa era già gremita di fedeli in devoto raccoglimento, in un contegno edificante. Padre Pio, dal volto prettamente ieratico, rigato di lacrime e con i segni tangibili della sofferenza, si accingeva a celebrare la messa. La fronte imperlata di sudore e rigata da solchi profondi, con il viso coperto di grinze. Sembrava rapito in estasi; soprattutto al momento della consacrazione della specie eucaristica. Furono momenti di commozione e di riflessione. Terminata la messa, impartì la benedizione e, provato dalla sofferenza per le stimmate alle mani, al costato e ai piedi, a stento si avviò in sacrestia ed ivi depose i paramenti sacri. Feci di tutto per avvicinarlo».

E fu proprio in sacrestia che lo scrittore-giornalista Grazio Pitaro ebbe la possibilità, da lui tanto agognata, di rivolgergli un’invocazione. Ma il Frate, ponendogli una mano sulla spalla, rispose d’istinto con un «Dio ti benedica!». Rimase un po’ esterrefatto, il professore  Pitaro, perplesso. Perché glielo disse con un tono che lui credette venato di qualche allusione (era andato, sì, con fede ma anche per intervistarlo), e si lambiccò il cervello per carpirne il vero significato. «Mi rasserenai però all’istante, poiché intuii subito che Padre Pio volle farmi intendere il suo disappunto per il fatto che non avevo chiesto di confessarmi».

Grazio Pitaro, nato a Gagliato nel 1918 (padre dei giornalisti Vincenzo e Francesco), fin da ragazzo ebbe modo di effettuare studi classici, ginnasiali e liceali, presso il Seminario vescovile di Squillace, dove fra l’altro aveva cominciato a sentir parlare di Padre Pio con un po’ di scetticismo, ma nonostante ciò la sua considerazione per il Frate era ugualmente enorme.

«Anni dopo, ed esattamente nell’agosto del ‘53, decisi di rivedere Padre Pio, viepiù ispirato da quella fede che animò San Paolo convertitosi sulle vie di Damasco. Intrapresi il viaggio con un caldo asfissiante, sotto la sferza implacabile della canicola e del sole torrido d’agosto. Arrivato che fui a destinazione, stanco dal viaggio, mi diressi subito in albergo. La mattina, svegliatomi di soprassalto allo squittio indiscreto degli uccelli, mentre una nuvolaccia apparsa improvvisa si accingeva ad offuscare il cielo, ebbi la sensazione di trovarmi in un paradiso terrestre. Mi diressi al convento dove Padre Pio stava celebrando la messa assai per tempo, come di consueto». E fu qui che ebbe modo di conoscerlo. «Terminata la Santa Messa e ricevuto che ebbi la Comunione, intravedendo Padre Pio che stava per raggiungere la sua cella, mi intrufolai, non si sa come, in un varco inspiegabilmente apertosi fra due ali di folla che si agitava dattorno. Mi fu consentito, così, di conferire con Lui, ponendoGli moltissime domande. Ci tornai diverse altre volte (fino al 1968) a San Giovanni Rotondo, dove vissi momenti veramente da paradiso, d’ineffabile pace interiore».


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MUSEO DELLE ICONE E DELLA TRADIZIONE BIZANTINA


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